Quando penso all’economia mi viene sempre in mente uno degli ultimi esami prima della mia laurea: era il lontano 2012 e io ed una mia amica eravamo nel panico più totale, spaventate da una prova che richiedeva non solo competenze in fatto di micro, ma anche macro economia. Alla fine l’esame andò bene, sia per me che per la mia collega, e ricordo ancora di essere tornata a casa con un bel 28 e i complimenti del professore.

Ecco questa piccola digressione sulla mia vita universitaria è servita per spiegarvi che ho sempre avuto una repulsione riguardo il mondo dell’economia, anche se trasposta sul grande schermo. Sebbene sia un’appassionata dei documentari su Bernie Maddoff e lo schema di Ponzi, non sono rimasta elettrizzata dalla visione di The Wolf Of Wall Street (un film che preferisce parlare degli eccessi del mondo della finanza piuttosto che fare chiarezza sul sistema che c’è dietro) e ne tanto meno mi hanno mai entusiasmato le gesta di Gordon Gekko.

Ma c’è un film che mi ha fatto cambiare parere, un film che può essere definito come l’anti cinema per eccellenza, dove i protagonisti parlano ad una velocità sonica di concetti altamente incomprensibili per la maggior parte dei non laureati in scienze bancarie: La grande scommessa – The Big Short.

Questa pellicola, che ha la possibilità di annoverare nel suo cast attori del calibro di Christian Bale, Ryan Gosling, Steve Carrel e Brad Pitt, è stata, per me, la vera rivelazione di questa stagione cinematografica. The Big Short (letteralmente Il grande scoperto) racconta le vicende di un gruppo di persone, collegate in qualche modo tra loro, che riescono, già nel 2005, a prevedere la bolla del 2008.  E che cosa fanno? Decidono di speculare sull’imminente apocalisse del sistema bancario americano.

Tutti noi, sulla nostra pelle, sappiamo cosa abbia significato la crisi del 2008 e forse questo è l’unico film che, a 8 anni di distanza, è stato in grado di spiegare, in modo onesto, le cause di un disastro economico che, per il famoso uomo della strada, ancora appare qualcosa di nebuloso e poco accessibile. The Big Short è un compendio (avanzato) sulla crisi economica, farcito di paroloni come CDO, credit default swaps ecc, che fa di tutto per renderli accessibili se non addirittura “charming”.

It’s pretty confusing, right? Does it makes you feel bored or stupid, well it’s supposed to. Wall Street loves to use confusing terms to make you think only they can do what they do, or even better, for you  just leave them the fuck alone. 

Così tra una disquisizione sui rating e mutui subprime, la storia viene alternata a  sequenze extradiegetiche dove una sensuale Margot Robbie o una provocante Selena Gomez ci spiegano con semplici metafore il significato di CDO sintetico e mortgage bond.

Nonostante la difficoltà del tema, il film non annoia mai, anzi, più la narrazione va avanti e più lo spettatore si sente immerso in una storia che, inevitabilmente, è la nostra storia. I personaggi ritratti, poi, non sono certo degli eroi, ma a loro modo, sentono il peso di quello che stanno facendo e conservano una speranza: che tutti i capi delle maggiori banche vengano puniti per aver creato la bolla finanziaria. Purtroppo, però, sappiamo che queste sono state solo speranze da idealisti: le banche sono state salvate con l’intervento dello stato, nessun banchiere è andato in prigione e, a partire dal 2015, si sono riprese le vendite di obbligazioni di debito collateralizzate. Tutto cambia per rimanere sempre uguale.

La grande scommessa ha ricevuto moltissime candidature agli Oscar ma, secondo me, le categorie dove ha una reale possibilità di vincere sono: miglior sceneggiatura non originale, perché il lavoro di adattamento al libro di Michael Lewis fatto da Adam McKay è straordinario, e miglior film, battendo (giustamente) la dura concorrenza di The Revenant e Il caso Spotlight, dando così a Brad Pitt la possibilità di vincere la seconda statuetta in veste di produttore. Io sinceramente tiferò per The Big Short perché probabilmente in due ore è riuscito a spiegarmi le cause della crisi in modo molto più approfondito che tutti i dibattiti televisivi che affollano la nostra regolare dieta mediale non appena la bolla è scoppiata. Forse, questo film dimostra che il cinema, volendo, è molto più pedagogico della vecchia cara maestra televisione.

Francesca

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