A concorrere per gli Oscar, con ben quattro nomination (miglior attore protagonista a Eddie Redmayne, miglior attrice non protagonista ad Alicia Vikander, migliore scenografia a Eve Stewart e migliori costumi a Paco Delgado), non può mancare The Danish Girl, l’adattamento cinematografico del regista Tom Hooper dell’omonimo romanzo del 2000 di David Ebershoff.

La pellicola, ambientata in Danimarca nella seconda metà degli anni Venti, racconta di una giovane coppia di pittori sposata, Gerda e Einar Wegener, apparentemente affiatata e innamorata. Quando la moglie chiede al compagno di posare per lei con panni femminili, poiché la modella prevista non poteva presentarsi all’appuntamento, in lui scatta qualcosa che lo porta a desiderare di rivestire sempre più spesso il ruolo di una donna di nome Lili Elbe. Quel che agli occhi di Gerda è inizialmente solo un gioco, nella mente di Einar si sviluppa il desiderio di abbandonare il suo essere maschile per acconsentire la sua natura più profonda. Egli si sente, infatti, una donna intrappolata in un corpo che non la rappresenta interamente e si ritrova ad assecondare anche i suoi istinti femminei stringendo una sorta di relazione con un omosessuale. La moglie, in un primo tempo arrabbiata e confusa, decide alla fine, per amore, di accompagnare l’ormai Lily in un processo di ri-assegnazione sessuale, con l’aiuto di un medico tedesco che si offre di cimentarsi, per la prima volta, in questa forma di intervento chirurgico.

The Danish Girl, però, non è solo un film che narra di uno dei primi casi di transgender, è la storia di non una, bensì due donne importanti, di un amore verso l’altro e dell’amore per sé stessi. Un fantastico Redmayne, cui darà del filo da torcere a Leonardo Di Caprio la notte degli Oscar, che, forse anche grazie al suo volto e alla sua fisicità (mi sono chiesta più volte dove nascondesse il pomo d’Adamo), riesce perfettamente a far fiorire una donna, prima interiore e poi esteriore, con le sue insicurezze, con l’acquisizione di movenze femminili, atteggiamenti e codici, con la modulazione della voce e l’espressione di desideri che si nascondono dietro a un sorriso e che si riflettono in gote arrossate e occhi lucidi. Una strabiliante Alicia Vikander che, tanto femminile, calza la forza e il coraggio stereotipicamente associati ad un uomo (è stata lei, ad esempio, a corteggiare Einer), e che se, in un primo momento, si limita quasi a rappresentare una fresca ragazza gioiosa, in un secondo sboccia nella sua drammaticità trasmettendo pienamente e magnificamente le sensazioni di una donna al contempo fragile e forte, che non cede all’orgoglio e si fa carico delle conseguenze di un amore non più corrisposto, ma che lei continua a dimostrare accompagnando colui che era il suo uomo verso la concretizzazione della sua felicità.

Una storia malinconica e dolce, raccontata con pudore e delicatezza, contornata da una scelta stilistica pittoresca, data non solo dai morbidi movimenti della macchina da presa, ma anche da una scenografia e fotografia che lasciano la sensazione di essere dentro un quadro di Einer, dai costumi che riflettono pienamente il periodo storico, alle musiche, ora allegre, ora drammatiche, che accompagnano i protagonisti dall’inizio alla fine.

Un film che consiglio vivamente a tutti, anche ai non amanti del genere, perché penso sia un vero gioiello che merita di essere visto e condiviso.

Non so se è un caso, ma questi Oscar sembra vogliano rappresentare donne e uomini nelle varie sfaccettature. Mi soffermo sulle donne, che questa volta sono raccontate in vari modi: sicuramente tra le tematiche c’è la sessualità, che viene affrontata sia in The Danish Girl e Carol (ve ne abbiamo parlato qui), seppur sotto due diversi punti di vista; si discute anche del ruolo di madre, sia in Room e nel già citato Carol, nonché del coraggio e delle imprese che queste figure pilastro affrontano giorno dopo giorno o più in generale nella vita, dipinte nelle varie sfumature in tutte queste pellicole e, non di meno, in Joy (qui la nostra recensione) e Brooklyn. Scelte che fanno riflettere e che omaggiano la donna a 360 gradi.

Alice

 

 

 

 

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