Lunedì è stata pubblicata da Vanity Fair America la famosa Hollywood Issue, un numero del magazine dedicato interamente agli attori e che si sono distinti durante l’anno. Per l’edizione del 2016 si è scelto un parterre formato esclusivamente da attrici e la scelta pare sin da subito brillante perché questo è stato l’anno in cui, forse per la prima volta, si è parlato diffusamente del gender gap ad Hollywood.

Nell’industria cinematografica attuale c’è ancora un problema legato alle differenze di genere: le donne, a parità di impegno lavorativo, vengono pagate meno degli uomini.

La scorsa settimana è intervenuta sulla questione Kristen Stewart, la quale ha ridotto la questione ad un fatto meramente di “impegno”: gli uomini guadagnano di più semplicemente perché fanno guadagnare di più le case di produzione. Ma si può trattare un tema così importante come un mero problema di impegno?

Instead of sitting around and complaining about that, do something, Like, f–k, it’s hard to get movies made. It’s a huge luxury. Who gets to just make movies? But that subject is just so prevalently everywhere right now, and it’s boring

Kristen Stewart

Mesi fa anche Kate Winslet è intervenuta sulla questione definendola “volgare”, ammettendo che a lei non piace parlare di soldi e che nonostante tutto lei è felice con quello che guadagna.

I don’t think that’s a very nice conversation to have publicly at all, I’m quite surprised by these conversations to be honest, simply because it seems quite a strange thing to be discussing out in the open like that. I am a very lucky woman and I’m quite happy with how things are ticking along

Kate Winslet

Quando ho letto queste parole mi è tornata in mente la lettera scritta su Lenny da Jennifer Lawrence, nella quale faceva riferimento esplicito alla pressione del continuo dover piacere agli altri, di non essere considerata “difficile” e quanto questo problema non coinvolga allo stesso modo gli uomini. Per le donne è considerato ancora sconveniente parlare di soldi, lottare per quello che si merita.

Ho trovato la scelta di Vanity Fair, quindi, particolarmente azzeccata e al passo con il dibattito sul tema. Inoltre, ho apprezzato la varietà delle protagoniste, tutte vestite di nero e ritratte con classe da Annie Leibovitz. In questa elite di donne non c’è spazio solo per giovani come la Lawrence, Brie Larson, Saoirse Ronan o Alicia Vikander, ma anche veterane del mondo dello spettacolo come Jane Fonda, Diane Keaton Charlotte Rampling. Altrettanto apprezzabile è il tentavo di mettere sulla front cover Viola Davis, Lupita Nyong’o e Gugu Mbatha-Raw, al fine di rendere questo gruppo più rappresentativo possibile.

Non ci stancheremo mai di dirvi quanto sia importante per i media che nelle loro rappresentazioni non venga riprodotta una storia unica, il sistema deve essere  capace di raccontare la nostra società, dove le differenze di genere si stanno lentamente attenuando, dove anche chi ha più di quaranta anni può ancora essere in grado di produrre qualcosa di interessante, dove c’è spazio per più culture e dove i ruoli non sono definiti dal colore della pelle.

L’Hollywood Issue 2016 appare, quindi, molto più interessante e variegata della Movie Issue di WMagazine che, nelle sue copertine, sembra anticipare le scelte fatte dall’Academy in fatto di scarsa diversità. Vanity Fair, da sempre criticato per essere poco rappresentativo, quest’anno ha finalmente fatto un passo avanti: che sia il segno che qualcosa è cambiato?

Francesca

Foto proveniente dai Creative Commons di Flickr

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