La letteratura tardo ottocentesca ha dato vita non solo a storie e personaggi senza tempo ma ad un vero e proprio modo di raccontare e di vedere il mondo.

In particolare, lo stile gotico è riuscito ad imporsi come emblematica rappresentazione di tutta l’epoca vittoriana, seppur anticipandola di circa un secolo, non passando mai di moda.

Il fatto che ancora oggi abbia la capacità di imporre canoni, fare tendenza, suscitare interesse e essere quindi estremamente attuale non deve stupire: soprannaturale, horror, oscuri presagi, ma anche amore romantico e passioni concorrono alla realizzazione di un mix perfetto dove muoversi, con estrema naturalezza, sul piano del reale e del fantastico, senza soluzione di continuità.

Credo sia esattamente questo alla base del fascino di Penny Dreadful, serie televisiva a metà tra il vecchio e il nuovo continente, nata della testa e dalla penna di John Logan, già sceneggiatore di Coriolanus (2011) e produttore di Sweeney Todd (2007), e fortemente ispirata a La Lega degli Straordinari Gentlemen film tratto dal fumetto omonimo, nato dal genio di Alan Moore, conosciuto al grande pubblico per le trasposizioni cinematografiche delle sue opere come, per citarne alcune, Constantine (2005), V per vendetta (2005) e La vera storia di Jack lo squartatore (2001), quest’ultima estremamente vicina alle ambientazioni della serie.

Cosa ci convince della serie?

Innanzitutto l’idea di fondo, ovvero sviluppare una storia che coinvolga i più famosi protagonisti dei Penny Dreadful (un tipo di pubblicazione, a cadenza settimanale, caratterizzata dal basso costo, un penny appunto) o, quanto meno, i personaggi nati in concomitanza della loro uscita e le ambientazioni gotiche/horror tipiche della letteratura di quel periodo.

La narrazione spicca per la sua caratteristica corale, anche se permette di identificare sin da subito il portatore del leitmotiv, del sottile filo rosso che tiene insieme le diverse stagioni e che anticipa allo spettatore che le vicende narrate non si esauriranno tanto brevemente. La coralità dei personaggi si evidenzia anche nella struttura narrativa delle stagioni (narrazione orizzontale) e in quella delle puntate (narrazione verticale); i singoli episodi portano lo spettatore ad approfondire la conoscenza di uno o più personaggi e al tempo stesso fanno progredire la storia principale, il tutto con un perfetto bilanciamento tra suspense e anticipazioni.

C’è comunque da notare che una serie ispirata ai classici della letteratura giochi, per forza di cose, sulle competenze pregresse dello spettatore: non ci si concentra tanto sul descrivere minuziosamente i personaggi quanto a far comprendere come e perché le storie di questa lega di uomini (e donne) straordinari siano legate e soprattutto quale ruolo i singoli giocheranno all’interno dell’arco narrativo. Ed è proprio il fatto che lo spettatore conosce, o crede di conoscere, i protagonisti che pone in evidenzia un elemento cardine di tutta la serie: l’incapacità di individuare la sottile linea di demarcazione fra bene e male, l’assenza di un eroe, di un “puro di cuore” che possa salvare la bella (sempre se vada realmente salvata) dal suo triste destino. Semmai ciò che viene messo in evidenza è l’infinità del male, la sua pervasività nell’animo umano, il suo palesarsi anche nel cercare di fare (o di ricevere) del bene.

L’idea è ambiziosa, ma il libero arbitrio è forse il più forte elemento di coesione fra tutti i nostri (anti)eroi che portano, ognuno a modo suo, un fardello col quale fare i conti.

Dal punto di vista formale, ci convince senza alcuna ombra di dubbio la fotografia che rende giustizia alle splendide ambientazioni; la Londra vittoriana che non si limita a far da sfondo alle vicende, bensì, col passare del tempo, si conquista una scena tutta sua, il cuore pulsante di una storia che non la vede come semplice comparsa ma come vera e propria protagonista (per alcuni versi una sorta di New Orleans del vecchio mondo).

Cosa ci spaventa?

Una progressiva banalizzazione della storia portante, un ripetersi forzato delle vicende che accomunano i protagonisti e forse, a lungo andare, il timore che per poter mettere la parola fine alla serie si opterà per un lieto fine che raramente si sposa bene con il gotico, più adatto forse a storie che non si concludono mai completamente e che comunque lasciano al lettore/spettatore più domande che risposte. Ma siamo “solo” alla terza stagione, non è ancora il momento di pensarci…

Insomma, se siete affascinati da Dorian Gray, dalle creature del Dottor Frankenstein, dalla stregoneria e da molto altro ancora, non vi resta che godervi le prime due stagioni di Penny Dreadful nella (estenuante) attesa della terza.

Moira ()

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