A venticinque anni dalla prima messa in onda, ho deciso di iniziare a guardare una delle serie cult della televisione americana: Twin Peaks. Per chi non lo sapesse il telefilm fu un vero e proprio media event, tutti erano perseguitati dall’annosa domanda: Chi ha ucciso Laura Palmer?

Twin Peaks è stata una delle prime serie in grado di diventare un’ossessione di massa, negli Stati Uniti come in Europa. Anche in Italia fu un successo, messo in onda su Canale5, la rete tentò di tenere alta l’attenzione sullo show tramite numerosi servizi su Striscia la Notizia e concorsi a premi su Tv Sorrisi e Canzoni: a posteriori una vera e propria strategia di marketing transmediale. 

La mente dietro a Twin Peaks è quella del regista David Lynch che, grazie ad una stimolante collaborazione con lo sceneggiatore Mark Frost, per la prima volta riuscì a rendere artisticamente interessante anche un “semplice” prodotto televisivo, una cosa davvero impensabile per l’epoca.

Guardando la serie mi sono subito resa conto che, sebbene per certi aspetti sia molto cinematografica, questa non rinnega mai il suo stretto legame con il tubo catodico. L’immaginario a cui più volte si fa ricorso è quello delle soap opera all’americana come Dynasty o Dallas, abilmente rimescolate con altri generi in un pastiche a metà strada tra il cinema e la tv per casalinghe. Il dramma familiare, la commedia, il thriller psicologico, lo sci-fi, e l’horror convivono grazie ad un approccio tipicamente postmoderno, in cui si gioca a disorientare lo spettatore con un intreccio complesso e stratificati livelli di significato.

L’uso di long take (caro Carl Joy Fukungama, è arrivato prima Lynch) e il ricorso a sequenze oniriche, quasi avulse dal normale disciogliersi della narrazione, rendono Twin Peaks un prodotto totalmente sperimentale ed interessante anche ai giorni nostri. Raramente oggi si vedono showrunners coraggiosi come il Lynch di quegli anni.

All’epoca, quando ancora non erano istituzionalizzati i canoni espressivi della servilità televisiva, probabilmente la via della sperimentazione sembrava la soluzione più adeguata. Frost e Lynch sono stati abili nel creare un linguaggio che non fosse staticamente definito, ma che si trovasse in una zona liminale: tra televisione e cinema. Serie come X-Files, Lost, True Detective o Hannibal sono fortemente debitrici al lavoro svolto con Twin Peaks che, nei primi anni Novanta, ha letteralmente gettato le basi per lo sviluppo della “tv di qualità”.

Non si può, quindi, ridurre la serie al mistero sulla morte di Laura Palmer, quella che io definisco l’adolescente più impegnata d’America; la scomparsa della giovane è solo un espediente narrativo che ci aiuta gradualmente a disvelare un affresco più grande dove buono e cattivo, giusto e sbagliato, spesso si confondono. Lynch e Frost ci ricordano così che anche nel tranquillo rurale cuore degli Stati Uniti si nasconde “il male”, da mostrare non in una forma piatta e monodimensionale, ma da intendersi come ricco di sfaccettature: la droga, la sete di potere, la paura, le molestie, la malattia mentale, per poi giungere alla sua essenza più pura, quella che non si può spiegare seguendo la ragione.

È impossibile, poi, non far riferimento alla colonna sonora di Angelo Badalamenti che caratterizza sonoramente tutti i principali fili narrativi. Certo, oggi sembra un po’ datato il modo in cui il commento musicale è utilizzato (diciamolo tranquillamente, soprattutto nella prima stagione, in certi punti la colonna sonora parte un po’ ad minchiam), però il tutto serve a caratterizzare ancora di più l’atmosfera a tratti cupa, a tratti più leggera, della serie. Bellissime, oltre alla famosissima Twin Peaks Theme, anche Audrey’s Dance e Falling.

Di questa serie si è detto e si è scritto ampiamente di tutto e, forse, la sua sfortunata fine ha contribuito a rendere Twin Peaks una serie di culto. Legenda narra, infatti, che, durante la prima metà della seconda stagione, Frost e Lynch furono costretti dalla ABC a rivelare l’assassino della povera Laura Palmer, assestando così un colpo mortale allo sviluppo della serie che, in modo molto prevedibile, ebbe un calo negli ascolti. Per rimediare a questa mossa suicida, 25 anni (e un prequel da dimenticare) dopo,  Showtime ha deciso di produrre l’attesissima terza stagione. Oltre ai due creatori originali della serie, che andrà in onda il prossimo anno, ci sarà l’attesissimo ritorno di Kyle MacLachlan nei panni dell’arguto agente FBI, Dale Cooper e l’introduzione di nuovi personaggi.

Ammetto che, nonostante i miei numerosi elogi, guardare Twin Peaks dopo tutti questi anni e soprattutto dopo tutte le numerose serie che ho visto nella mia vita, appare un’esperienza un po’ straniante e certamente non la consiglierei a tutti. Bisogna avere grande forza di volontà e grandi dosi di pazienza per completare la visione della serie, soprattutto dopo il disvelamento del colpevole dell’omicidio poiché perde parte del suo fascino. Alcune storyline sono francamente inutili e rendono pesante la visione, ma le ultime due puntate, dove si sente il ritorno di Lynch al comando, sono due gemme  e risultano molto attuali da un punto di vista visuale.

In ogni caso, per tutti i Twin Peakser che come me aspettano il 2017 con ansia, non ci resta che passare il tempo mangiando crostate di ciliegie e bevendo caffè nero… e che Bob ce la mandi buona!

Francesca

 

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