In questi giorni, oltre a Star Wars e Quo Vado di Checco Zalone, il cinema propone uno dei film più discussi (forse più all’estero, ma anche qui!) che si è guadagnato ben 5 nomination ai Golden Globe.Miglior film drammatico, migliore attrice protagonista in un film drammatico per Cate Blanchett e Rooney Mara (già premiata a Cannes per il medesimo lungometraggio), miglior regia per Todd Haynes e miglior colonna sonora per Carter Burwell sono le categorie scelte dall’Hollywood Foreign Press per far concorrere la pellicola. Domenica a Beverly Hills probabilmente vincerà molti globes e, senza fare previsioni troppo azzardate, non si esclude la possibilità che il 16 gennaio, data ufficiale per l’annuncio dei favoriti per gli Academy Awards 2016, possa fare il carico di nomination anche per gli Oscar.

La storia, tratta dal romanzo di Patricia Highsmith The Prize of Salt (1952) e rivisitata dalla sceneggiatrice Phyllis Nagy, narra la vicenda amorosa tra due donne negli anni Cinquanta appartenenti a due ceti sociali diversi: da un lato c’è Carol (Cate Blanchett), una donna borghese tanto austera quanto fragile, madre di una bambina in attesa di un divorzio non approvato dal marito che vorrebbe dare un’altra chance al loro matrimonio, nonostante sia a conoscenza di una relazione extraconiugale e omosessuale avuta precedentemente dalla moglie con la madrina di sua figlia. Dall’altra conosciamo Therese, una giovane ragazza sensibile e incerta sulla sua sessualità, che lavora nel reparto giocattoli di un grande magazzino, con la passione per la fotografia e fidanzata da tempo con un suo coetaneo.

Le due protagoniste, dopo un rapporto ambiguo di amicizia, cedono alla passione, ma il marito di Carol non renderà facile la relazione, e attraverso un ricatto legale tenterà di separare sua moglie dalla sua prole. La donna viene, infatti, accusata (e qui entra in gioco la società ottusa) di peccare di immoralità, ma, come lei stessa asserisce, cosa c’è di morale nel dividere una figlia dalla propria figura materna?

Non intendo svelarvi il finale che è tutto da scoprire, tuttavia mi limito a descriverlo – per chi lo avesse visto – semplicemente con una parola: coraggioso.

Complessivamente assegnerei un 7 al film: indiscutibilmente bravi gli interpreti, davvero bella la fotografia di Ed Lachman per i colori rarefatti e vintage, nonché alcuni abiti scelti. Specialmente quelli indossati dall’attrice australiana, Cate Blanchett, sono davvero fantastici e in perfetto accordo col periodo storico in cui è ambientato, grazie stavolta alla costumista Sandy Powell. Del resto non so fino a che punto Haynes si meriti appieno un ipotetico globo dorato o futura candidatura agli Oscar: la regia, salvo un paio di scelte stilistiche, è, a parer mio, un po’ troppo lenta e rende a tratti noioso un film con delle potenzialità.

Lo storytelling può piacere o meno, dipende dai gusti del pubblico con il quale s’interfaccia. Da spettatrice posso dire che non ho amato molto il personaggio della Blanchett che ho trovato si ammirevole, ma leggermente maschilista e forse a tratti un pochino egoista.  La storia è sicuramente attuale, sebbene non sia ambientata esattamente ai tempi d’oggi; purtroppo mi ritrovo a riconoscere, però, che – anche se viviamo ormai nel terzo millennio – non tutti, se non buona parte della società globale (e qui vi includo una buona fetta di quella italiana), un po’ per ristrettezze mentali o per una questione culturale, hanno ancora appreso il vero concetto di libertà e uguaglianza. Davvero, nel Ventunesimo secolo, viene ancora messo in discussione qual è l’amore giusto e qual è quello sbagliato in relazione alle coppie eterosessuali o meno?

Fatta questa piccola critica, che spero non offenda nessuno, consiglio davvero a tutti di dedicare un paio d’ore del proprio tempo a questa storia cinematografica, se non altro per stilare poi con noi una classifica di probabili vincitori o aspiranti per le prossime premiazioni! 😉

Alice

 

Fonte immagine: Creative Commons di Flickr

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