È da un annetto che sto meditando di lasciare Facebook ma non ci riesco. Io sono iscritta dal settembre del 2008, momento storico in cui il social di Zuckermberg ha realmente preso il via nel nostro paese, e dei primi anni sulla piattaforma rimpiango la genuinità delle interazioni. Quello era un mondo dove, sebbene tutti noi condividevamo tutto in modo eccessivo e patologico, ancora c’era un briciolo di consistenza. Tutti brancolavamo un po’ nel buio e molto spesso sembravamo dei neopatentati a cui viene affidata una Ferrari.

In quella faseiniziale, quando ancora i genitori, i nonni e gli zii non erano co
sì social, quando insomma Facebook era ancora un paese per giovani, la parola Social Media Manager ancora non esisteva. I vip che erano sulle piattaforme di social networking, come noi gente normale, ancora non avevano capito il potenziale di questi strumenti di auto-promozione e, ancora alle prime armi, commettevano errori, ignari del fatto che il mondo virtuale non fosse poi così staccato da quello reale.

Ovviamente tutto ciò è cambiato e, milioni di gaffe dopo, anche i vip hanno capito la forza dei social network site, così molti si sono affidati a professionisti del settore per non ledere la loro immagine e cavalcare l’onda del consenso. Il patto che però si fa con il diavolo, ossia il SMM, è che molto spesso il suo lavoro deve rimanere segreto, i follower devono continuare a credere che quello che sta parlando è proprio la star in questione, non un povero stagista malpagato.

Questa tattica che punta ad aumentare la brand reputation della personalità in questione (si dà per scontato che la star non abbia né il tempo né la capacità di scrivere qualcosa di sensato) alla lunga si rivela un errore, soprattutto per quelli che puntano ad una comunicazioni che sviluppi engagment sul piano emotivo/personale. Pensate ad esempio al caso dei calciatori che, molto spesso, dopo una vittoria postano foto dagli spogliatoi mentre festeggiano con i loro compagni o che durante la settimana incitano il tifo via Twitter. Quelle parole e quelle immagini hanno un altissimo potere virale e hanno la capacità di coinvolgere i follower, con i quali sembrano apparentemente condividere uno stesso stato d’animo. Ma cosa succede quando scopriamo che quel post è stato pubblicato ad arte e qualcuno l’ha scritto in modo strategico per prendere il maggior numero possibile di like? Forse lo dovremmo chiedere ai tifosi della Juventus quando, quest’estate, dal profilo Twitter di Paulo Dybala è stato twittato: “Nuovo allenamento con la squadra a Trigoria. Siamo molto vicini all’inizio della stagione! Forza Roma!”. Il post, in realtà, era stato scritto per Juan Manuel Iturbe, giocatore in forza alla Roma che però si affida alla stessa agenzia di comunicazione del calciatore juventino.

A seguito di questo piccolo scandalo molti tifosi si sono sentiti traditi (si capito… siamo presi per i fondelli pure da calciatori semi analfabeti) arrivando a sospettare addirittura che la scarsa qualità dell’italiano fosse frutto di una strategia atta a rendere il messaggio più credibile (visto che sn argentini l’agenzia pur conoscendo l’italiano fa finta che a scrivere sia stato l’argentino che sa male l’italiano…. cosi ci fregano meglio!)

Se fino a quel punto i poveri tifosi avevano messo in atto una sorta di suspension of disbelief, il gioco ormai è stato scoperto, minando così la credibilità di entrambi i giocatori e creando un’irreversibile scollamento con il pubblico.

Ma in questo senso, il caso più clamoroso è quello che vede come protagonista l’idolo del famigerato popolo di Facebook: Gianni Morandi (2.103.772 like su Facebook). Il cantante, con il suo fare ingenuo ed eccessivamente buonista (concedetemelo), in poco tempo ha conquistato tutti: dalle signore di una certa età fino ai giovani. I suoi post e le sue foto, sempre rigorosamente scattate da Anna, sua moglie, sono pieni d’ottimismo e di buoni pensieri. Gianni, il nonno gentile, risponde in modo educato a coloro che commentano i suoi post, anche a quelli che lo insultano.

Ieri però, come alla fine di un bel sogno, Selvaggia Lucarelli ha postato uno screen-shoot di una foto apparsa sul profilo Instagram del cantate, la cui caption recita: “mettila alle 13 o 14”, un’inequivocabile indicazione per il suo Social Media Manager.

A poco servono le scuse addotte dal cantante, che velatamente incolpa la moglie, tentando di passare per povero ingenuo (io mi occupo solo di facebook, sono io personalmente a pubblicare foto ed a rispondere, Anna ha insistito tanto anche per Instagram, ma io non riuscirei a star dietro a tutto, cosi’ li’ è quasi sempre lei a pubblicare foto. Nessun social media manager. Un abbraccio) Con questo errore la social reputation di Gianni è stata buttata nel secchio, l’ultimo baluardo di genuinità è stato spazzato via da un piccolo, imperdonabile, errore.

Appare evidente che la questione che emerge da queste due storie è che il problema non si può ridurre alla semplice disattenzione dei poveri gestori e certamente non è nostra intenzione criticare l’eventuale assunzione di un SMM. Per coloro che hanno milioni di follower è chiaramente impossibile stare dietro a tutte gli oneri che comporta mantenere una pagina Facebook o un profilo Twitter, in molti casi, inoltre, non si hanno neanche gli strumenti e le competenze adatte per poterlo fare. Il problema, allora è da rintracciare nella presunzione di volersi presentare in modo diverso da come si è realmente. È tanto difficile mettere “staff” alla fine di un post? Non penso, anzi, sinceramente credo che questo piccolo espediente servirebbe a dare molto più valore a quei post effettivamente scritto da colui che mette il nome sulla pagina. Nessuno è obbligato a stare sui social network sites, ma se sceglie questa via dovete essere onesti e non trattare i follower come degli stolti, ne vale la vostra reputazione, non solo virtuale.

Francesca

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